Corte di Cassazione, II Sez. Pen.
La vicenda trae origine da un procedimento penale relativo a numerosi lavoratori stranieri impiegati in diversi cantieri per l’installazione di impianti fotovoltaici. Secondo l’accusa, l’azienda imponeva condizioni di lavoro particolarmente gravose: retribuzioni inferiori a quelle dovute, orari eccedenti e continue pressioni accompagnate dalla minaccia di licenziamento. Dopo la condanna nei gradi di merito, gli imputati sostenevano che i fatti potessero rientrare esclusivamente nell’ipotesi di sfruttamento del lavoro e non nel più grave reato di estorsione.
La Suprema Corte ha invece chiarito il criterio distintivo tra le due fattispecie. Lo sfruttamento del lavoro tutela la persona e reprime situazioni di approfittamento dello stato di bisogno del lavoratore. Diversamente, l’estorsione ricorre quando violenza o minaccia sono dirette a conseguire un profitto ingiusto con danno patrimoniale per la vittima.
Pertanto, quando il datore di lavoro costringe il lavoratore ad accettare trattamenti economici deteriori o condizioni peggiorative attraverso la prospettazione della perdita dell’occupazione, ottenendo un vantaggio economico ingiusto, la condotta integra il reato di estorsione. Il profitto può consistere nel risparmio sulle retribuzioni, nell’imposizione di orari maggiorati o nel mancato pagamento di spettanze maturate. La pronuncia ribadisce quindi che lo sfruttamento lavorativo può assumere rilievo penale più grave quando alla compressione dei diritti del lavoratore si accompagni un vantaggio patrimoniale ottenuto mediante intimidazione.