La Corte di Cassazione, in una sentenza recente (la 5936 del 6/3/2025) è intervenuta sul caso di un dipendente che aveva inviato messaggi vocali all’interno di un gruppo WhatsApp composto da colleghi. I messaggi contenevano espressioni offensive, denigratorie, minatorie e dal sapore razzista rivolte al superiore gerarchico del team.

La direzione aziendale aveva licenziato il lavoratore invocando la giusta causa sul presupposto che questi messaggi avessero leso la fiducia necessaria a proseguire il rapporto di lavoro.

La Corte di Cassazione però ha ritenuto illegittimo il licenziamento e dato ragione al dipendente.

La segretezza della corrispondenza e la tutela della dignità e la condivisione di contenuti lesivi con un pubblico ampio

La decisione si fonda sulla interpretazione, già fornita alcuni anni fa dalla Suprema Corte, dei principi contenuti nell’art. 15 della Costituzione che tutela la libertà e la segretezza della corrispondenza e di altre forme di comunicazione considerate analoghe, come le chat.

Questa protezione si estende infatti, secondo i Giudici agli strumenti tecnologici moderni come l’e-mail, i messaggi su smartphone, le chat, i social network, e via dicendo.

La tutela non è però indiscriminata: perché un messaggio possa godere di questa tutela deve essere posto in una cornice di comunicazione privata o, quanto meno, rivolto a un destinatario preciso e non a un pubblico indistinto.

Rispondono quindi a questo inquadramento e a questi presupposti i messaggi scambiati in una chat di gruppo o i messaggi privati su WhatsApp.

La protezione trova riscontro nelle decisioni della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che ha riconosciuto analoghe esigenze di riservatezza e protezione della corrispondenza in altri contesti digitali.

Secondo la Corte, la semplice esistenza di contenuti offensivi o denigratori non è automaticamente sufficiente a fondare un licenziamento per giusta causa.

La tutela della libertà e segretezza della corrispondenza, insieme al diritto alla riservatezza nel contesto lavorativo, protegge la dignità del lavoratore e impedisce di trasformare il contenuto di comunicazioni private in una giusta causa di licenziamento.

A questo principio, la Corte pone comunque dei limiti e ammette che le informazioni acquisite, tramite i colleghi coinvolti nella chat, possono avviare una riflessione preventiva o mettere l’azienda in allerta, ma non bastano in sé per giustificare il licenziamento del lavoratore.

Quando invece un contenuto viene diffuso in modo pubblico o quasi pubblico, ad esempio pubblicato su Social Network aperti al pubblico o su un canale aziendale di ampio accesso, la comunicazione non è più considerata strettamente privata e sono possibili ripercussioni diverse in ambito disciplinare o penale.

Le policy di utilizzo delle chat aziendali

Una buona norma potrebbe prevedere, per le aziende, la definizione di policy di utilizzo degli strumenti di comunicazione durante l’orario di lavoro e la definizione dei comportamenti ritenuti lesivi. Un regolamento che contempli queste norme potrebbe essere integrato nel codice disciplinare aziendale e fornire la base per sanzionare specificamente dei comportamenti connotati da disvalore.

Da parte dei dipendenti sarebbe prudente evitare contenuti offensivi o denigratori nei confronti di colleghi o superiori, specialmente se i messaggi possono essere rintracciati o riferiti in contesti più ampi o addirittura pubblici.

La situazione infatti cambia in modo significativo se i contenuti offensivi o diffamatori sono pubblicati in modo aperto al pubblico su canali accessibili da una audience più vasta.

In passato, la Cassazione ha ritenuto legittimi licenziamenti per giusta causa o diffamazione in contesti simili, a seconda di:

  • natura del contenuto;
  • impatto sul rapporto di lavoro;
  • possibilità di dimostrare la diffusione a terzi non identificati come destinatari.

Questa distinzione tra comunicazioni private e post pubblici è cruciale per valutare la legittimità di una sanzione disciplinare o del licenziamento.

La crescente attenzione al bilanciamento tra libertà di espressione, diritto alla riservatezza e necessità aziendali di mantenere un ambiente di lavoro dignitoso e rispettoso trova così riscontro nelle recenti decisioni.