La Direttiva (UE) 2022/2041, ha, a suo tempo, fissato il principio di un salario minimo adeguato per i lavoratori dell’Unione Europea con l’obiettivo di armonizzare le normative dei paesi membri e consentire ai lavoratori dell’UE «un livello di vita dignitoso» e la riduzione delle disuguaglianze.

Con la direttiva sono stati introdotti alcuni criteri per la determinazione degli importi di salario minimo, un sistema di controlli e la raccomandazione ai paesi membri di rafforzare la contrattazione collettiva.

La direttiva aveva previsto un periodo per l’adeguamento fissato al 15 novembre 2024, ma già nel gennaio del 2024 è stata impugnata.

L’impugnazione di Danimarca e Svezia

Oggetto sin dall’emissione di un ampio dibattito, sia a livello europeo che a livello nazionale, infatti, è stata oggetto di un ricorso presentato dal Regno di Danimarca, sostenuto dalla Svezia e appoggiato dalle conclusioni favorevoli dell’Avvocato Generale.

I ricorrenti sostenevano che l’UE avesse violato il suo stesso Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (in particolare l’articolo 153, par. 5 TFUE), che vieta ingerenze dell’Unione in materia delle retribuzioni e dei diritti dei lavoratori ed esclude esplicitamente che le disposizioni dell’UE si applichino a retribuzioni, diritto di associazione, diritto di sciopero né diritto di serrata.

La sentenza della Corte di Giustizia UE sul salario minimo adeguato

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea si è pronunciata, in data 11 novembre 2025, sulla causa (che aveva preso il numero C-19/23) e ha annullato alcune parti della Direttiva, confermandone tuttavia l’impianto generale.

La Direttiva impugnata infatti, all’art. 5 prevedeva che gli Stati membri istituissero le necessarie procedure per la determinazione e l’aggiornamento dei salari minimi legali in modo da contribuire alla loro adeguatezza, al fine di 

  • garantire livelli di vita dignitosi,
  • ridurre la povertà lavorativa, 
  • promuovere la coesione sociale e la convergenza sociale verso l’alto,
  • ridurre il gap retributivo di genere.

La Direttiva si spingeva a indicare i criteri per conseguire questi obiettivi:

  • il potere d’acquisto dei salari minimi legali, tenuto conto del costo della vita;
  • il livello generale dei salari e la loro distribuzione;
  • il tasso di crescita dei salari;
  • i livelli e l’andamento nazionali a lungo termine della produttività

e prevedeva anche che gli Stati membri ricorressero a un meccanismo automatico di adeguamento dell’indicizzazione dei salari minimi legali, basato su criteri appropriati e conformemente al diritto e alle prassi nazionali.

L’annullamento parziale della direttiva sul salario minimo

La sentenza ha ridefinito i confini della competenza dell’UE in materia di salari minimi, accogliendo parzialmente le ragioni della Danimarca ma mantenendo valida gran parte della Direttiva.

La Corte infatti ha annullato solo due paragrafi dell’articolo 5, il 2 e il 3.

Nella sentenza, la Corte ha evidenziato che la disposizione del paragrafo 2 dell’articolo 5 incidesse effettivamente sugli elementi costitutivi dei salari, determinando una armonizzazione. Si trattava di una ingerenza diretta del diritto dell’Unione nella determinazione delle retribuzioni contraria al TFUE.

L’articolo 5, paragrafo 3 violava a sua volta il principio di non ingerenza nel prevedere meccanismi automatici di indicizzazione dei salari minimi legali subordinando il funzionamento dell’automatismo alla condizione che «l’applicazione di tale meccanismo non comporti una diminuzione del salario minimo legale».

Questa clausola di non regresso del livello dei salari minimi legali è stata valutata come un’ingerenza diretta nella libera determinazione delle retribuzioni da parte degli stati membri.

La decisione non ha modificato l’impianto generale della direttiva

La Corte in sintesi ha stabilito che il legislatore UE avesse superato i limiti delle proprie competenze e per questo ha delimitato la portata della Direttiva ma ne ha confermato l’impianto di fondo.

La sentenza ha così ridefinito i confini della competenza dell’UE in materia di salari minimi ma ha mantenuto valida gran parte della Direttiva che continuerà a spiegare i propri effetti sulla determinazione delle soglie minime di salario per i cittadini lavoratori dell’Unione Europea.


di Vincenzo Fabrizio Giglio